Per una volta, cari lettori, non leggerete i miei soliti articoli sul tracollo economico del nostro Paese, ma addirittura si parlerà di ripresa. Eh sì, cari lettori, perché questa volta, e nonostante per quanto riguarda la nostra politica abbia ormai maturato un pessimismo tale che al confronto Leopardi sembrerebbe un comico, i segnali di (piccola) ripresa ci sono: la produzione industriale è salita, la disoccupazione è leggermente diminuita, la fiducia leggermente aumentata. Certo, niente in confronto al vero e proprio boom che stanno vivendo negli Stati Uniti, ma accontentiamoci. Ora la domanda da porsi è: quali sono le imprese che stanno beneficiando di questa ripresa? E soprattutto, quali ne sono le cause? Il primo dato che stride con quelli che normalmente costituiscono i dati di una vera ripresa è quello sulla disoccupazione: in un ciclo di ripresa economica questo è infatti l'ultimo dei dati a migliorare, poiché, prima di assumere nuovo personale, le aziende tendono a reintegrare coloro che erano in cassa integrazione e a far ritornare all'orario lavorativo precedente gli operai che avevano optato per i contratti di solidarietà (ossia a fare meno ore tutti anziché orario pieno meno persone). Nel nostro caso invece, stranamente, la disoccupazione è stato il primo dato a migliorare (dal 13,3 al 12,9 in un solo mese). Perché? il motivo è probabilmente che a registrare un sensibile miglioramento sono state aziende che la crisi l'avevano subita poco e niente, e che quindi, dovendo aumentare la produzione, assumono, in quanto non hanno cassintegrati da reintegrare o operai in contratto di solidarietà da far ritornare a lavorare a pieno ritmo. Se vi state chiedendo quali siano e dove si nascondessero queste aziende, la risposta è semplice: si tratta di aziende, soprattutto nel settore alimentare e manifatturiero, che commerciano prevalentemente con l'estero. Se si considera infatti il solo export, si scopre che...la bilancia del paese Italia non è mai stata in passivo, tutt'altro. Si tratta quindi di aziende che, anziché affidarsi agli stitici consumi italici, esportano i loro prodotti oltre i confini, soprattutto nei paesi emergenti dove la richiesta del Made in Italy è sempre più forte. La seconda domanda allora è: cosa ha causato una impennata improvvisa del nostro export? E qui vengono le dolenti note: la risposta infatti non è certo da ricercarsi in una buona politica economica del nostro governo ma nella decisione della Fed americana di "rafforzare" il dollaro, decisione di cui chiaramente un paese come il nostro, esportatore e dotato di una moneta (ahinoi) forte, non poteva che avvantaggiarsi. Se a ciò si aggiunge il costo del petrolio più basso dell'ultimo mezzo secolo ecco che il panorama si fa chiaro: non è certo alla politica economica assente del governo Renzi che dobbiamo questi 92.000 posti di lavoro in più, ma ad una serie puramente casuale di fattori esogeni, che potrebbero rapidamente cambiare, lasciandoci in una crisi ben peggiore di quella sperimentata fino a questo momento. Ma per il momento, come si dice a Napoli, pigliammoc o buon co malamente nun maca maj...
Maria Esposito
Collaboratrice
Forza Nuova Napoli

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